Monachesimo

Il deserto e la terra. L’esperienza monastica nella chiesa locale

Il Segno Gabrielli Editori, 2007

Essere monaci nella Chiesa locale di Marco Torcivia

Sono qui non in quanto monaco, sono infatti presbitero diocesano. Sono qui perché ho condotto un lavoro di ricerca e mi interesse di monachesimo, specificamente delle nuove comunità monastiche considerate come una modalità nuova — e sottolineo una, non la modalità — odiema, post-conciliare, di vivere il carisma monastico. La sottolineatura è voluta perché non ci deve essere mai alcuna pretesa da parte del nuovo di poter dire: «lo sono il monachesimo, gli altri non lo sono». Sarebbe banale e insipiente. D’altra parte, il carisma monastico, come la storia insegna, non si è presentato mai in modo monolitico ma, fin dall`inizio, si è manifestato variegato. E di questo dobbiamo gioire.

Ma entriamo nel contenuto della relazione assegnatami.

Un primo punto verterà su «ll monachesimo nella Chiesa locale: il contributo delle nuove comunità monastiche». Nella seconda parte della relazione, parlerò di uno dei «problemi» nati recentemente: la figura del presbitero diocesano-monaco. Infine, proporrò alcuni interrogativi che, spero, possano stimolare il confronto e la riflessione comuni.

1. Il monachesimo nella Chiesa locale: l’apporto delle nuove comunità monastiche.

Le nuove comunità monastiche sono realtà ecclesiali che volutamente hanno scelto di non far parte dell`Ordo monasticus tradizionale per vivere un monachesimo nella Chiesa locale, o diocesano, senza alcuna esenzione dall’autorità episcopale. Uso una duplice dicitura perché quando dico «monachesimo nella Chiesa locale» mi riferisco alla Comunità di Bose, alla Piccola Famiglia dell’Annunziata, alla Comunità dei Figli di Dio — per citare le più famose — che vivono una certa autonomia dall`nutorità episcopale anche per il deciso, forte carisma dei suoi fondatori (Bianchi, Dossetti, Barsotti). Parlo di «monachesimo diocesano» — e mi riferisco, soprattutto, alla Piccola Famiglia della Risurrezione di Marango (VE) – quando si vive una stretta dipendenza dal vescovo. Questi, infatti, riceve la professione monastica degli stessi monaci, cosa che non avviene nelle altre nuove comunità monastiche. Se, pertanto, «monachesimo nella Chiesa locale dice un po’ più di distanza, «monachesimo diocesano» dice il riconoscimento del fatto che il vescovo è colui nelle cui mani tu, monaco, professi, anche se ci sono delle situazioni che, con il cambiamento del vescovo possono evolversi, ma questo fa parte del gioco e della magmaticità delle nuove comunità monastiche.

La principale ragione della scelta fondamentale delle nuove comunità monastiche è data, oltre che dal rifarsi al monachesimo nei primi secoli della Chiesa, dall`assunzione dell`ecclesiologia di comunione che ha caratteriuato il Concilio Vaticano ll e dalla riscoperta della centralità della Chiesa locale.

Sul rapporto tra queste motivazioni e gli eventuali problemi in ordine ad una riproposizione del monachesimo nella Chiesa locale, così scriveva Enzo Bianchi nel 1998: «Nella storia si sono registrate, e tuttora si possono registrare, gravi difficoltà tra l’ordinario del luogo, l’assetto istituzionale del presbiterio e la comunità monastica che apre un`altra forma vitae: occorrerebbe un altro tipo di vescovi e una «grazia» particolare per capire che si deve vivere di comunione, ma in una unità plurale, non in un’unità uniforme. Eppure questo non mi impedisce di ribadire che in un’ecclesiologia di comunione il monachesimo si troverà legato alle Chiese locali come nel primo millennio». La scelta della Chiesa locale si è pertanto operata, ma si capisce che la difficoltà c’è e non può che essere così. Con buona pace dobbiamo accettarla e non dobbiamo avere la pretesa di avere subito una soluzione. Può essere che i tempi non siano maturi, può essere che noi non siamo pronti, o che voi, monaci, specificatamente, non siate pronti a essere ancora più soggetto per dire «questo siamo, questo vogliamo realizzare».

La Chiesa locale è, infatti, la comunità dei fedeli in cui existit (LG 23) e si rende veramente presente la Chiesa di Cristo (LG 26; CD ll) e la cui speciale manifestazione si ha quando è radunata per la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo (SC 41), segno sacramentale di unità e di comunione della porzione di popolo affidatogli da Dio.

Un altro aspetto relativo alla riscoperta della teologia della Chiesa locale è dato dal fatto che il Vaticano II vi arriva anche per tutta una serie di studi che sono stati fatti in ordine alla comprensione che i Padri hanno avuto della centralità della Chiesa locale.

Le nuove forme di vita monastica accolgono pertanto quella che è una riflessione patristica antica, riflessione che poneva la Chiesa locale al centro, ma Chiesa locale nella sua interezza di comunità che la costituivano. Fra queste c`era anche la comunità monastica, e penso alla riflessione di Ignazio di Antiochia (motivo per cui Dossetti lo ha voluto come uno dei quattro santi particolarmente venerati dalla sua comunità), come pure agli studi sul monachesimo basilicale, quel monachesimo del IV·VIII secolo, specialmente palestinese, che si prendeva cura delle basiliche all`interno delle Chiese locali.

C`è quindi una riscoperta della Chiesa locale, ma c’è anche una riscoperta nelle fonti monastiche del fatto che il monachesimo non è semplicemente quello che noi conosciamo.

Il monachesimo che noi conosciamo, specialmente dopo la soppressione napoleonica, è stato un monachesimo velato anche di romanticismo, che ha privilegiato l’unica tipologia del monastero extra-moenia, possibilmente in ambiente rurale, in campagna, e anche con gli stilemi architettonici neo-romanici o neo-gotici, proprio per significare una precisa tipologia. Dopo la soppressione napoleonica e la rinascita del monachesimo in Europa e anche da noi, in Italia, si perviene a questa idea che, forse, è diventata esaustiva del discorso monastico. Quindi, se noi pensiamo al monachesimo. pensiamo al monachesimo in campagna, rurale. Poi magari era un monachesimo rurale in cui però i monaci avevano tutte le comodità di cui si ha bisogno, però quella tipologia è rimasta, in sé, nel sentirsi monaci, ma amche, dicevamo, nell`architettura.

Ma ritomiamo al discorso della Chiesa locale.

Questa Chiesa locale accanto alle tante altre comunità ecclesiali che la costituiscono (la comunità familiare, parrocchiale, le associazioni, i movimenti, i gruppi) presenta anche la comunità monastica nei confronti della quale AG 18 afferma che, essendo pertinente che la vita contemplativa manifesti in maniera piena la presenza della Chiesa, è necessario che venga instaurata (ubique instauretur), che sia presente, presso le chiese locali che vanno nascendo nei territori di missione. Questo numero di AG dice pertanto che la vita contemplativa è importante perché la Chiesa si manifesti nella sua pienezza. Nelle giovani chiese deve esserci, quindi, la presenza della vita contemplativa.

Se tale presenza monastica è pertanto fondamentale per la forma più piena della Chiesa locale — cioè perché realmente la Chiesa locale sia completa nelle sue varie compagini che la compongono — perché, si domandano i fondatori delle nuove comunità monastiche. relegare la vita monastica solo all’intemo dei tradizionali Ordini monastici, tutti canonicamente esenti? Ed ancora: perché il vescovo dovrebbe essere privato del ministero di guida responsabile, di padre, e di promotore della fecondità spirituale di quella porzione di fedeli che hanno ricevuto il dono carismatico della vita monastica? Se la Chiesa locale è posta al centro della riflessione del Vaticano II e se il vescovo. in quanto pastore della Chiesa locale, è colui che ha il carisma e il ministero di avere la sollecitudine per tutte le componenti del popolo di Dio, di quella porzione di Chiesa che Dio gli ha affidato, perché il vescovo deve essere esentato da quella funzione di paternità responsabile, promotrice di fecondità spirituale nei riguardi di quelle persone che hanno ricevuto il dono carismatico della vita monastica?

Accanto alla riscoperta conciliare della Chiesa locale, c’è anche da evidenziare la necessaria scelta della Chiesa locale da parte delle nuove comunità monastiche, perché nate volutamente fuori dall`alveo tradizionale o perché, a volte, si sono distaccate da esso – in questo caso la scelta, per forza di cose, si è rivelata quella della Chiesa locale. Mi riferisco, per quest’ultimo caso, alla Comunità della Ss. Trinità di Dumenza, alla comunità di Buccinasco e a quella di Siloe.

Queste nuove comunità hanno dovuto bussare alla porta della Chiesa locale, anche se variegata si è presentata l`accoglienza dei singoli vescovi.

Ci sono stati, infatti, due tipi di accoglienza: pensiamo a Bose, talmente avversata dal vescovo di Biella che non ha permesso la celebrazione dei sacramenti, o pensiamo alla Piccola Famiglia dell’Annunziata di Dossetti e il Fondamentale appoggio ricevuto dal card. Lercaro. Quindi: avversione o appoggio. Fin dall’inizio, pertanto, non c’è stata uniformità nelle nuove comunità monastiche nel presentarsi in rapporto alla Chiesa locale.

Il principale tratto distintivo delle nuove comunità monastiche è quindi quello di non vivere alcuna esenzione dall’autorità del vescovo della Chiesa locale e quindi alcuna fuga ecclesiae, per essere invece, in toto, parte del popolo credente che forma la Chiesa locale.

Per la legge della Chiesa l’esenzione, inerente solo la vita interna degli Istituti (can. 593) è un mezzo per tutelare una certa autonomia degli Istituti specie in ordine al loro govemo (can. 586 § 1) e ha lo scopo di provvedere agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e all’apostolato del Papa, sempre per la comune utilità (cann. 591 e 732). Anche nel Codice di Diritto Canonico delle Chiese Orientali abbiamo la presenza dell’esenzione per i monasteri patriarcali, che dipendono direttamente dal Patriarca e non dal vescovo del luogo.

Considerato il fatto però che queste nuove comunità hanno scelto volutamente di non appartenere al monachesimo tradizionale e di essere totalmente radicate nella Chiesa locale dove vivono, penso che questo renda vana ogni richiesta, ogni desiderio di esenzione.

E’ nell’essere pienamente inseriti nella Chiesa locale che si vive ciò che la Chiesa locale sta vivendo. Concretamente: si vive con quel pastore, quel presbiterio, quel popolo di Dio che costituiscono quella Chiesa locale. Ci sono tempi buoni e tempi meno buoni. Ci sono pastori con i quali si dialoga meglio e quelli con i quali si dialoga meno bene.

La scelta di non avere nessuna esenzione dall’autorità del vescovo costituisce un elemento precipuo delle nuove comunità monastiche. Dopo il Vaticano II è andata sempre più avanti la riflessione sul necessario dialogo fra la comunità monastica e la Chiesa locale, mentre da parte delle comunità tradizionali non vi è alcuna volontà di abbandonare l’esenzione.

Si nota chiaramente il desiderio della comunità monastica di dialogare con la Chiesa locale, però c’è una piccola differenza tra le nuove comunità e il monachesimo tradizionale. Le prime infatti sono pienamente inserite nella Chiesa locale in quanto hanno scelto di essere monaci nella Chiesa locale/monaci diocesani. Le comunità tradizionali non rinunciano invece all’esenzione per cui c`è rapporto, ma con una certa distanza.

La scelta di vivere nella Chiesa locale vanifica inoltre la pretesa superiorità della vita monastica rispetto ad ogni altra vocazione cristiana. Noi forse oggi non lo diciamo più, però, badate: non lo diciamo a parole, ma lo si può dire anche in altri modi. Ci possono essere altre modalità (visive, architettoniche, ecc.) per continuare a dire che c’è una certa superiorità. Ma perché è importante vanificare questa pretesa superiorità? La risposta è semplice: per un monachesimo percepito solo come radicalizzazione della vita battesimale del credente in Cristo, dove il soggetto è la vita battesimale (alla luce della riscoperta del Vaticano II) e dove l’apporto del monachesimo è quello della radicalizzazione. Alcuni sottolineano solo il discorso escatologico, il segno dell`oltre e dell’Altro, perché già la radicalizzazionc può essere vista come un’ulteriore superiorità. Dobbiamo essere quindi anche attenti, perché il linguaggio veicola sempre idee.

Inoltre, questo monachesimo nella Chiesa locale sveste la vita monastica del grande e a volte appesantito apparato strutturale delle grandi congregazioni monastiche. La nuova comunità ha più agilità perché non ha un passato e la comunità tradizionale è incapace a volte di porre anche quelle che riconosce essere delle riforme necessarie, perché sente l`eredità pesante di una storia. C’è una pesantezza storica che indubbiamente rallenta il cammino. Le nuove comunità monastiche sono più agili, più snelle, anche se, dall’altra parte, mancano di tradizione, e questo è un limite perché la vita monastica la si riceve, non la si inventa.

La scelta di vivere pienamente inseriti nella Chiesa locale da parte delle nuove comunità monastiche costringe queste stesse nuove comunità monastiche a non beneficiare delle linee di spiritualità, ma anche delle regole e delle plurisecolari garanzie canoniche, esistenti nel monachesimo tradizionale.

A parte le comunità scisse da altri monasteri che hanno mantenuto la Regula Benedicti, tutte le altre nuove comunità hanno creato delle regole nuove. Questa è una bella novità, un apporto significativo delle nuove comunità monastiche. Alcune regole sono state scelte da altre nuove comunità monastiche, come nel caso della Piccola Famiglia della Risurrezione di Marango, e questo è bello perché c’è già stata una paternità e una filiazione anche in ordine alle regole stesse. Questa è creatività dello Spirito. Dicevamo come molte nuove comunità non hanno la regola di Benedetto, ma hanno una loro propria regola; comprendiamo però bene che i padri monastici sono gli stessi: Basilio, Cassiano, Pacomio, ecc. Quindi anche se non c`è materialmente la regola di San Benedetto, di fatto c’è un attingere a piene mani da quelle che sono le regole monastiche tradizionali, perché la vita monastica non la si inventa ma la si riceve.

Tutto questo — l`essere più agili, l’essere svestiti dalle strutture, l’essere liberi da regole, costituzioni, costumi tipici, consuetudini monastiche che sono presenti nella vita delle tante comunità monastiche tradizionali — perché le nuove comunità monastiche vivano pienamente inserite nella Chiesa locale con la sua storia, la sua riflessione ecclesiologica, le sue ricchezze, ma anche le sue povertà. Vivono e respirano di quella che è la storia e la riflessione della Chiesa nella quale si trovano a vivere. D’altra parte perché dovreste essere diversi dalle parrocchie, dai gruppi, dai «normali» cristiani che costituiscono il popolo della Chiesa locale? Se un episcopato è «difficile», perché incapace di dialogare con i componenti della Chiesa locale, come è «difficile» per la parrocchia, per il consiglio presbiterale, per il consiglio degli affari economici, per il comune battezzato, sarà «difficile» anche per la comunità monastica. Perché dovreste avere una differenziazione di rapporto se il problema è magari a monte, perché quel vescovo non dialoga o è autoritario e quindi decide tutto lui? L’inserimento nella Chiesa locale fa sposare la Chiesa locale in toto, con la sua storia, il tessuto, la riflessione, il vivere, le persone, senza alcuna esenzione. Si respira lo spirito della Chiesa locale.

Il riferimento alla Chiesa locale acquista un ulteriore coloritura nelle comunità dossettiane perché, secondo don Giuseppe Dossetti, esso fa sì che la comunità sia formata da celibi e da coniugati e ciò, ancora prima che per una determinata tipologia monastica, per il legame con la stessa Chiesa neotestamentaria, con la stessa comunità neotestamentaria. Don Dossetti, relativamente alla Piccola Famiglia dell’Annunziata, preferisce definirla «comunità neotestamentaria» ed egli stesso diceva: «La qualifica monastica non ci interessa». Poi, quando si parlava di contemplativi, diceva: «Meno che mai contemplativi!», perché conosceva bene la disputa relativa al discorso sulla contemplazione. Questo riferimento alla Comunità neotestamentaria è la volontà di far sì che la Chiesa locale si riappropri dell’unità battesimale del popolo di Dio — questo, per Dossetti, era molto chiaro — e viva la varietà dei carismi matrimoniale e celibatario come ricchezza elargita dallo Spirito. Ecco perché il richiamo neotestamentario, dove la comunità è costituita da celibi e coniugati insieme. Per questo comunità neotestamentaria più che monastica, perché monastica dice solo il celibato. Se noi invece riandiamo alla fonte neorestamentaria ci accorgiamo che questa unità del popolo di Dio, questa unità battesimale, si realizza nella varietà dei carismi che costituiscono questa comunità neotestamentaria e i carismi sono quello matrimoniale e quello celibatario. Ecco perché l`opzione di don Dossetti è di far sì che la Piccola Famiglia dell’Annunziata sia unica, composta da celibi e da coniugi, appartenenti a due rami diversi.

Come anche l’opzione di don Barsotti riguardo alla Comunità dei Figli di Dio, che si presenta come comunità anch’essa unica e arricchita dalla presenza di tutte le vocazioni, tra cui quella comunitaria, celibataria, maschile e femminile. Se per Dossetti sono due i rami, per la Comunità dei Figli di Dio sono quattro, però il criterio è lo stesso, cioè l’unicità della comunità viene salvaguardata e questo è l’asserto fondamentale. L’unicità della comunità poi si realizza nella diversità dei rami aIl’interno dei quali si situano i componenti (possono essere celibi, sposati, vedovi, possono essere persone che fanno vita comune, cioè quelli che noi chiamiamo strictu sensu i monaci e le monache).

Questo pieno inserimento della vita monastica nella Chiesa locale non deve attentare però a quella necessaria distanza della comunità monastica dal vescovo diocesano e dall’istituzione ecclesiastica in sé. Questo per evitare il rischio di un`eccessiva «protezione episcopale» che non gioverebbe al cammino autonomo, alla piena libertà che le nuove comunità monastiche presentano, al loro volere camminare autenticamente in modo monastico. Si rischierebbe infatti di non diventare mai adulti e di restare sempre figli piccoli. Allora rileggiamo la storia di quelle comunità monastiche che hanno avuto all’inizio il vescovo dalla loro parte, che li ha aiutati, che li ha anche protetti all’inizio dalle critiche non sempre positive del clero e dei laici. Ma la protezione poi deve finire, perché il bambino deve essere capace di camminare con le proprie gambe. Perché camminando con le proprie gambe si cresce, si afferma la propria identità, si diventa maturi. Si faranno anche degli sbagli, è ovvio, però si cammina in modo libero. Quindi leggiamo la storia di questi cambiamenti, ma leggiamola in modo anche provvidenziale, nella misura in cui ha permesso ad alcune nuove comunità di essere sganciate da una presenza bella, graziosa, ma che rischia di essere una presenza un po` gravante, involontariamente, per un’autonomia di cammino. Un cammino monastico così realizzato, scevro da ogni sicurezza istituzionale, per vivere la precarietà del quotidiano. Proprio perché non c’è alcuna protezione tu devi vivere nella ferialità, nella quotidianità, la precarietà del tuo camminare. Tu devi essere lontano da ogni sicurezza che ti può venire, specialmente se questa sicurezza può giocare anche psicologicamente perché ti porta a dire: «Va beh… se va così, però c’è il vescovo…». No! Tu sei libero e tu vivi questa precarietà nella ricerca quotidiana e costante delle mozioni dello Spirito, per come tu devi vivere, per come tu devi realizzare il cammino monastico qui ed ora nel tuo essere comunità nuova. Ti aiuta ad essere adulto e, dal punto di vista spirituale, ti costringe a ricercare costantemente quello che lo Spirito ti sta suggerendo, come tu devi vivere e realizzare la tua vocazione monastica, perché non hai nessun altro appiglio.

E’, pertanto, quella delle nuove comunità, un’appartenenza alla Chiesa locale sui generis: perché il monachesimo resta e deve restare sempre fondamentalmente libero rispetto ad ogni apparato istituzionale e ciò a totale vantaggio di quel naturale dialogo improntato alla sincerità che deve contraddistinguere ogni rapporto ecclesiale. Proprio perché tu sei altro, tu hai la possibilità di dialogare da soggetto a soggetto, ma questa possibilità di dialogo ti deriva dal fatto che tu sei libero nel tuo cammino. In relazione con l’istituzione, col vescovo, tu sei libero, come ogni altro soggetto della Chiesa locale. Quindi possiamo parlare di una necessaria autonomia dei monasteri, delle comunità monastiche, che non diventa però indipendenza, esenzione canonica, come ogni altra associazione di fedeli presente nella Chiesa locale deve realizzare.

Parlare di questa necessaria distanza, significa sottolineare la scelta di marginalità che si manifesta sia nel luogo in cui queste nuove comunità vivono (molte volte è un luogo veramente difficile da raggiungere), sia come marginalità in ordine all`azione pastorale della Chiesa. Anche se alcune nuove comunità monastiche svolgono dei servizi ecclesiali (alcune sono custodi di santuari) e alcuni fondatori sono parroci. Per me la marginalità nella vita monastica significa non tanto una marginalità di luogo — anche, in quanto può assicurare maggior ossigeno alla vita monastica – ma in ordine all’azione pastorale della Chiesa. Capisco bene che un presbiterio, nel momento in cui c`è un prete che fa il monaco e non fa il parroco, dice: «Ma costui che fa? Perché non va a fare il parroco come gli altri?». E capisco bene che il vescovo, per far tacere il presbiterio, dice: «’I`i scelgo una parrocchietta nella piaga più lontana. Là dove nessuno vuole andare vai tu…e allora io calmo il presbiterio perché tu svolgi un servizio eccle siale in quanto parroco, anche se sperduto nella plaga solitaria. E là tu puoi fare quello che vuoi, puoi dirti le tue prcghiere…». Questo fa parte delle nuove comunità, perché cinque fondatori sono anche parroci. Però io dico: in sé non si deve essere parroci perché una delle cose che è emersa nel dibattito monastico è che un appesantimento della vita monastica è consistito sempre nel fatto che la comunità monastica, l’abbazia, fosse anche parrocchia e quindi l`abate o il priore della comunità monastica fosse anche il parroco della comunità locale. Secondo me non dobbiamo ricadere in un errore che le stesse comunità monastiche e anche i religiosi, soprattutto i mendicanti, ripetono e fa loro oggi sovente affermare: «Lasciamo le parrocchie, perché non siamo nati per questo, siamo nati per altro e riscopriamo la genuinità del nostro carisma ed evitiamo la «parrocchializzazione»». Io lo so che molte volte la parrocchia rappresenta la conditio sine qua non perché il vescovo ti dia la possibilità di… però, secondo me, dobbiamo batterci perche la vita monastica sia esente dal discorso parrocchiale.

La marginalità — e qui mi piace la riflessione dossettiana — riguarda anche lo specifico atteggiamento di stranierità/xenitía. Dossetti parlava dell’«inutilità» della vita monastica, che dice distacco dal quotidiano transeunte per una solidale comunione con tutti i senza storia dell`umanità — che sono tali non perché abbiano scelto di esserlo, ma perché la storia o altri uomini li hanno resi tali. Perché, fintantoché io posso scegliere liberamente di essere marginale, la mia è una scelta di libertà, di marginalità, che mi permette di dire: «Io la sto facendo» — e soprattutto con l’Etemo, con Dio. E’ la concezione di un monachesimo scarnificato da ogni apparenza, che non fa notizia, che non organizza alcun momento culturale o spirituale, ma in cui si prega — attività propria della ricerca monastica — si pratica l’ascesi, si lavora in assoluto silenzio e che gioisce grandemente per l’assoluta insignìficanza. Questa è la tipologia monastica dossettiana. Per questo il pensiero di Dossetti ha avuto anche un’evoluzione perché, se prima era più disponibile all`ordinazione dei monaci, poi egli stesso scriverà: «Ho capito che il monachesimo deve essere laicale» e ha ridotto tantissimo l`ordinazione dei preti. Dimensione, sempre per Dossetti, questa dell’assoluta insignificanza, che rende il monachesimo paradossalmente rilevante per la società. Questo è il paradosso dossettiano: proprio questo tipo di monachesimo assolutamente irrilevante, proprio questa assoluta estraneità dalla storia, per Dossetti rende paradossalmente rilevante il monachesitno per la società (è il discorso all’Archiginnasio di Bologna).

La salutare distanza, marginalità, si dovrebbe a mio avviso concretizzare nell’assenza di opere pastorali proprie (guida di parrocchie, scuole, opere assistenziali…), anche se previste da PC 9. Credo infatti che la caratteristica propria, il servizio precipuo che la comunità monastica deve offrire rimanga quello della lettura sapienziale della Parola, della preghiera e dell`accoglienza. E per far ciò non c’è bisogno dell’opera pastorale.

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