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MONASTERI BIZANTINI NELL’ITALIA MERIDIONALE

I monasteri bizantini in Italia
tra VIII e XII secolo
e la loro eredità attuale
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Sull’argomento indicato nella prima parte del titolo della presente relazione esiste una bibliografia abbondante prodotta specialmente negli ultimi cento anni circa, ma anche le epoche precedenti, tra Rinascimento ed Illuminismo, hanno contribuito a volte in maniera rilevante allo studio del monachesimo cosiddetto basiliano in Italia: basti pensare al secondo libro, pubblicato nel 1760, dell’opus magnum di Pietro Pompilio Rodotà, Dell’origine, progresso e stato presente del rito greco in Italia, i cui tre volumi apparvero tra il 1758, il primo, e il 1763, il terzo; quel secondo libro tratta per intero “dei monaci basiliani”. Nel 1986, curando la riedizione anastatica del classico testo del Rodotà per le edizioni Brenner di Cosenza, alla fine del suo saggio introduttivo su “Pietro Pompilio Rodotà e gli studi sulla Chiesa bizantina in Italia” (I, 5-60), Vittorio Peri ne forniva un aggiornamento bibliografico strutturato secondo gli argomenti dei tre volumi originali, e già l’estensione di quell’aggiornamento è eloquente: sette pagine sono dedicate alla “Presenza bizantina in Italia” (I, 61-67), due a “Il monachesimo basiliano” (I, 68-69), tre alle “Parrocchie bizantine in Italia” (1, 70-72); si aggiungono due pagine riservate alla “Chiesa italoalbanese” (I, 73-74) e due infine a “Il Collegio Greco di Roma” (I, 75-76). L’aggiornamento di Peri non intendeva, naturalmente, essere esaustivo: ben altra estensione avrebbe avuto, già nel 1986, il suo supplemento bibliografico. La pretesa di esaustività bibliografica è assente anche dal recentissimo Potere e monachesimo. Ceti dirigenti e mondo monastico nella Calabria bizantina (secoli IX-XI) di Adele Cilento (Firenze, Nardini, 2000): in questo volume, tuttavia, l’elenco delle fonti occupa sei pagine (159-164), mentre la bibliografia moderna ne ricopre ventiquattro (165-188), e si tratta in grande maggioranza di titoli risalenti agli ultimi due – tre decenni.
Questi cenni puramente numerici, ma eloquenti, dovrebbero rendere subito manifesto che non è questa la sede, né il tempo lo consentirebbe, per tracciare un quadro completo, e tanto meno originale, del monachesimo bizantino in Italia nei secoli dell’alto Medioevo. Ciò su cui intendo soffermarmi è invece quanto annunciato dalla seconde parte del titolo: ma le considerazioni al riguardo non sarebbero possibili senza un sintetico richiamo alla storia antica di quel monachesimo, appunto, nella quale vanno individuate le premesse di un’eredità che propone, ed in un certo senso impone, una riflessione critica sul compito che oggi essa può e, credo, deve svolgere.
Una premessa essenziale va richiamata in limine perché quanto segue sia effettivamente chiaro. La presenza bizantina in Italia va distinta in presenza socio-culturale nel senso più ampio del termine e in presenza specificamente politica. Al primo tipo di presenza appartiene la presenza ecclesiale e, all’interno di questa e per sua stessa natura, la presenza monastica. Ovviamente, i due tipi di presenza, cioè quella socio-culturale e quella politica, sono intrinsecamente connessi e profondamente intersecati, ma restano tuttavia due aspetti differenziati del bizantinismo in Italia: mentre la presenza politica dell’impero bizantino scompare nella penisola con l’XI secolo, la Chiesa greca, e con essa il monachesimo, ha continuato ad esistere molto più a lungo: non per caso dal 30 aprile al 4 maggio 1969 si poté tenere a Bari un Convegno storico interecclesiale cattolico-ortodosso dal titolo “La Chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo”, i cui atti occupano tre sostanziosi volumi (Italia Sacra 20-22, Padova, Antenore, 1973). Il XVI secolo, peraltro, era una data importante per più ragioni, ma non segnava, propriamente, la fine di una storia plurisecolare: questa continuò e continua, sebbene in dimensioni sensibilmente ridotte, eppure ancora significative.
Le tappe principali del dominio politico bizantino nell’Italia meridionale, che è quella che qui particolarmente ci interessa – lasceremo perciò da parte la storia di Ravenna e dell’esarcato e di altri centri bizantini medievali – si saldano direttamente con lo sviluppo che dal Basso Impero portò alla strutturazione di un impero che di fatto, almeno dalla fine del VI secolo, fu orientale e bizantino, anche se continuò a chiamarsi ‘romano’ fino alla fine della sua esistenza ed a mantenere vive molto a lungo pretese sempre meno realistiche di universalità giuridico-simbolica. Della persistenza di una romanità in qualche modo costitutiva, e non solo nominalistica, rende testimonianza il termine con cui ancora oggi l’Anatolia ex-bizantina continua ad essere designata nelle lingue dell’Islam arabo-turco-persiano, ‘Rûm’, o l’epiteto che, ancora nel XIII secolo, venne a far parte fissa del nome di uno dei più grandi mistici musulmani, Ğelâl ed-Dîn Rûmî, che appunto nel paese di Rûm trascorse una lunga parte della sua vita, morendo a Konya, l’antica Ikonion greco-romana e paolina, dove ancora oggi si ammira il suo splendido mausoleo, centro spirituale della confraternita dei ‘dervisci danzanti’.
Le invasioni barbariche dei secoli IV e V riuscirono a sommergere il potere politico imperiale in Italia. La data emblematica con cui si suole indicare la fine dell’impero romano d’Occidente, il 476, resta convenzionale, ad indicare un processo storico assai complesso; è tuttavia indicativa di una situazione di fatto. Le guerre intraprese da Giustiniano I nella prima metà del VI secolo tramite i suoi generali Belisario e Narsete, e splendidamente raccontate da Procopio di Cesarea, ristabilirono il dominio imperiale su quasi tutta l’Italia. Ma fu un successo effimero: l’invasione longobarda frammentò nuovamente il territorio italico, respingendo verso sud i bizantini. Questi, con l’eccezione di alcune aree circoscritte e di non grande estensione – come l’esarcato ravennate -, si trovarono a restare padroni solo della maggior parte dell’Italia meridionale, e cioè della Puglia, della Basilicata, della Calabria e della Sicilia. In queste regioni il dominio bizantino durò, con alterne vicende, fino alla conquista che ne fecero i Normanni nel corso dell’XI secolo, con l’eccezione della Sicilia: sempre più esposta alle invasioni saracene a partire dall’VIII secolo, l’isola risultò tutta in mano musulmana nella seconda metà del X secolo, e tale rimase fino a che, verso la fine dell’XI, costretti della riconquista normanna, i saraceni dovettero sgombrare. Dopo l’epoca giustinianea, dunque, e cioè dalla metà del VI secolo, con confini che si spostarono gradualmente sempre più verso il sud, l’Italia meridionale rimase politicamente bizantina fino all’XI secolo. Le isole, invece, furono perdute più presto: anche in Sardegna il potere bizantino fu di breve durata; in Sicilia il difficile, contrastato condominio con i musulmani terminò nel X secolo.
La presenza socio-culturale greca in Italia meridionale conobbe invece scansioni alquanto diverse. A questo proposito, è bene ricordare che ‘greco’ e ‘bizantino’ non sono concetti coincidenti, soprattutto se con il termine ‘bizantino’ ci si riferisce ad una cultura legata alla struttura politica dell’impero ‘romano’ d’Oriente per tutta la durata di quell’impero, ad iniziare almeno dal VI secolo. A loro volta, d’altronde, di radice innegabilmente in gran parte bizantina sono le civiltà formatesi nell’Europa balcanica e centro-orientale a partire almeno dal X secolo e rimaste nella sfera culturale bizantina anche dopo la definitiva caduta dell’impero di Costantinopoli (1453), per quel fenomeno che Nicolae Iorga ebbe a definire felicemente come “Byzance après Byzance”.
Dopo gli stanziamenti delle popolazioni latino-sicule tra II e I millennio a.C., l’Italia meridionale conobbe la grande ondata di colonizzazione greca tra VIII e V secolo; la Sicilia, soprattutto occidentale, conobbe anche la colonizzazione punica. Va sottolineato che la colonizzazione ellenica fu soprattutto costiera e cittadina. Le poleis italiote e siceliote sono quasi tutte disseminate lungo le rive dell’Italia meridionale; le popolazioni dell’interno rimasero latino-sicule. Il passaggio dell’intera Italia meridionale sotto il dominio romano tra III e II secolo a.C. non mise in discussione la grecità delle antiche poleis, ma la integrò con tutti gli elementi della civiltà latina, inclusi ovviamente quelli linguistici. Come è provato dalla documentazione epigrafica e dalla ulteriore storia linguistica, durante i secoli dell’impero romano fino alla sua trasformazione in impero bizantino si ebbero in Italia meridionale numerose aree di lingua e cultura greca – la Sicilia orientale, parti consistenti della Calabria, della Puglia e della Basilicata – ma sarebbe storicamente falso pensare ad una grecità uniformemente e generalmente diffusa. Come la storia linguistica dimostra, nella maggior parte dei territori meridionali le parlate erano latine, e da quelle derivano le successive differenziazioni locali dialettali. Non meraviglia, perciò, che nel corso dei secoli le parlate latine abbiamo avuto il sopravvento dovunque: le aree nelle quali ancor oggi si parla il greco nell’Italia meridionale sono limitate ad alcune zone del Salento e ai pochi paesi grecanici nei pressi di Reggio in Calabria.
Con la diffusione del cristianesimo la nuova fede assunse forme liturgicamente differenziate, legate, come è naturale, all’espressione linguistica delle popolazioni. Fu così che l’Italia meridionale conobbe fin dai primi secoli del cristianesimo una varietà di forme cultuali, riconducibili sostanzialmente alla tradizione liturgica di tipo latino, con tutte le sue particolarità locali, e a quella di tipo greco-orientale, che sarebbe poi stata chiamata ‘bizantina’, di origine antiochena. La diversità di tradizioni liturgiche presenti negli stessi territori non costituì mai un problema nell’antichità cristiana e nell’alto Medioevo, né in Occidente né in Oriente. I monaci latini stanziatisi in Palestina tra IV e V secolo celebravano le loro liturgie latine senza sentirle in alcun modo in contrasto con quella di Gerusalemme, diversa per tipologia e per lingua; nella stessa Roma furono numerosi i monasteri orientali, con le loro relative liturgie, per tutto l’alto Medioevo. Nella Chiesa antica, articolata canonicamente secondo la struttura patriarcale, la presenza all’interno dello stesso patriarcato di varie espressioni liturgiche è un fenomeno normale, come pure il cambiamento di appartenenza liturgica delle persone legato ai loro spostamenti. La stessa Chiesa romana ebbe, fino all’VIII secolo, numerosissimi papi di origine orientale i quali, investiti dell’episcopato dell’Urbe, ne assumevano naturalmente anche la tradizione liturgica.
Nella struttura pentarchica della Chiesa imperiale cinque sono i patriarchi: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, secondo l’ordine gerarchico fissato dal canone 28 del Concilio di Calcedonia (451). Al territorio canonico del patriarcato romano apparteneva quella che oggi sarebbe tutta l’Europa centro-occidentale (quella orientale era ancora pagana), l’Africa del Nord occidentale, l’Italia, l’Illirico (cioè le regioni costiere occidentali della penisola balcanica) e tutta l’Acaia, cioè la Grecia fino a Tessalonica: l’arcivescovo di quest’ultima città era il legato del papa di Roma per l’Oriente, e perciò, come è ovvio, di nomina papale. E’ per questa ragione che ancor oggi, nella nomenclatura ecclesiastica ortodossa, egli porta il titolo di panaghiótatos, che di per sé spetta ai soli patriarchi: memoria e segno dell’autorità un tempo esercitata nel nome del papa di Roma. Nell’Italia meridionale numerose erano le diocesi di tradizione liturgica greca, ma ciò non costituiva in alcun modo un ostacolo alla normale, e piena, comunione ecclesiastica con il patriarca romano, alla cui giurisdizione canonica le Chiese locali greche italiche e siciliane appartenevano tanto quanto quelle latine.
Per quanto riguarda la giurisdizione canonica del patriarcato romano, le cose in Italia meridionale cambiarono improvvisamente nel 732-733. Iniziata da qualche anno la sua campagna iconoclasta, l’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico si trovò a fronteggiare la ferma resistenza dei papi romani Gregorio II e Gregorio III, quest’ultimo di origine siriana. Per domare la resistenza dei papi di Roma, ortodossi, l’imperatore bizantino, eretico, ricorse alla forza: nel 732-733 egli sottrasse arbitrariamente tutta l’Italia meridionale, l’Illirico e la Grecia alla giurisdizione del patriarcato romano e l’assegnò a quella del patriarcato costantinopolitano. Per capire la logica dell’imperatore, va ricordato che egli era, all’epoca, l’unico imperatore di quello che ancora, giuridicamente, era un unico impero, quello romano, teoricamente comprendente anche tutta l’Europa occidentale, i cui re romano-barbarici erano, altrettanto teoricamente, suoi subordinati. Va altresì ricordato che la concezione della Chiesa cristiana propria degli imperatori bizantini era la stessa che era stata quella di tutti gli imperatori, da Costantino in poi: la Chiesa cristiana è una struttura dell’impero, e come tale ad esso sottoposta; non per caso a convocare i grandi concili – quelli che chiamiamo ecumenici – nella Chiesa del primo millennio sono l’imperatore ‘romano’ e il papa di Roma, successore di Pietro, corifeo del collegio apostolico. All’interno della Chiesa e delle sue regole canoniche vigeva il principio della tradizionalità e della conservazione: la nuova ripartizione delle giurisdizioni canoniche da parte di Leone III fu un atto anticanonico, imposto con la violenza.
Dal quarto decennio dell’VIII secolo, perciò, l’Italia meridionale venne ad essere di appartenenza canonica costantinopolitana. Si procedette ad una bizantinizzazione forzata delle strutture ecclesiastiche: a molte diocesi latine vennero imposti vescovi greci, necessariamente allineati alla politica imperiale; è l’epoca delle fughe di numerosissimi fedeli e monaci iconoduli dall’Oriente bizantino verso l’Occidente romano, e spesso elettivamente proprio nell’Urbe: è infatti appunto dall’VIII secolo che si moltiplicarono i monasteri orientali a Roma. La nuova ripartizione canonica degli antichi territori rimase immutata anche una volta che la tempesta iconoclasta ebbe finalmente termine, con la restaurazione definitiva del culto delle sante icone la prima domenica di quaresima dell’843, e dopo che la dottrina ortodossa di tutta la Chiesa era stata, al riguardo, proclamata nel concilio Niceno II (787). Fu soltanto con la conquista normanna dell’Italia meridionale, che richiese vari decenni nel corso dell’XI secolo, che le cose cambiarono. I Normanni restituirono al patriarca romano la giurisdizione canonica sulle zone bizantine che essi andavano progressivamente acquisendo al loro dominio, ripristinando così la tradizione antica canonica in Italia. L’Illirico e la Grecia, invece, rimasero di obbedienza costantinopolitana, tranne le aree della Dalmazia entrate successivamente nell’orbita veneziana.
Era necessario tracciare questo sintetico quadro storico perché fosse chiaro che la prospettiva dalla quale muove molta pubblicistica odierna, poco scientifica in verità, circa la supposta latinizzazione forzata, ad opera dei Normanni, della Chiesa greca dell’Italia meridionale, è una prospettiva che ignora volutamente il corso degli avvenimenti. Se mai, quello che fu forzoso fu la bizantinizzazione dei secoli VIII-XI sul piano del regime ecclesiastico. I Normanni non fecero altro che ristabilire, nelle aree geografiche sotto il loro dominio, la tradizione canonica più antica. Date però le situazioni ben diverse da quelle dell’VIII secolo venutesi a creare nell’XI, specialmente dopo il 1054 – ma anche quelle non mutarono in una notte -, era inevitabile che la restituzione al patriarcato latino comportasse una progressiva sostituzione dei vescovi greci, che ormai appartenevano ad una Chiesa scismatica, con vescovi latini leali nei confronti dell’obbedienza romana. Ma se i Normanni agirono con decisione nei confronti del corpo episcopale, bisogna anche rilevare che le sostituzioni dei vescovi latini a quelli greci vennero di solito effettuate in occasione della normale successione per sopravvenuta morte dei singoli vescovi greci.
Ben diversa, invece, fa la politica normanna nei confronti dei monasteri. Spesso a differenza dei vescovi, i monaci erano stimati e venerati dalla gente, perché rappresentavano un punto di riferimento spirituale di primaria importanza. Sotto il dominio normanno moltissimi monasteri greci continuarono indisturbati la loro esistenza; alcuni vennero addirittura fondati dopo l’inizio di quel dominio. Ma a questo punto, anche per quanto riguarda il monachesimo italo-greco è necessario rifarsi alla storia dei secoli altomedioevali.
Nell’Italia meridionale, e anche, per quanto in minor misura, centrale, il monachesimo di tipo greco realizzò una lunghissima presenza, da molto tempo prima della bizantinizzazione della struttura ecclesiastica dei secoli VIII-XI, durante quei secoli e ancora per molto tempo dopo la fine del dominio politico bizantino. La leggendaria Vita di s. Filippo d’Agira, attribuita al monaco Eusebio e composta verosimilmente tra VII e VIII secolo (ed. C. Pasini, OCA 214, Roma 1981, 33 nota 50), fa risalire la nascita del santo venerato nel monastero siciliano al tempo dell’imperatore Arcadio (395-408: ivi, 120, riga 4). Anche se la notizia, come è più che probabile, non è storicamente attendibile, resta il fatto che chi scrisse quella Vita tra VII e VIII secolo era tranquillamente sicuro che nel V secolo esistesse già un monachesimo greco in Sicilia. D’altra parte, quando Gregorio Magno compose i suoi Dialogorum libri, narranti le vite dei santi asceti ed eremiti dell’Italia tra V e VI secolo, egli sapeva che il giovane Benedetto nei primi anni del suo eremitaggio a Subiaco venne assistito dal monaco Romano, il quale apparteneva al non lontano monastero diretto da s. Adeodato (Dial., II, 1). Verso la fine del V secolo, dunque, il monachesimo era un fatto ben strutturato e assestato nell’Italia centrale. Non lontano, il monastero di Farfa, destinato a lunga e gloriosa storia, sarebbe stato fondato, secondo la Constructio Farfensis (IX secolo) da s. Lorenzo Siro, che sarebbe giunto in Occidente durante l’impero di Anastasio (491-518). Sempre nell’Italia centrale e, come già si accennava, nella stessa Roma furono numerosi i monasteri orientali fin dai primi secoli del Medioevo, rientranti tutti nella giurisdizione canonica del patriarcato romano. E’ più che naturale che il monachesimo di tipo greco fiorisse specialmente nell’Italia meridionale, dove ampie erano le zone di lingua e cultura greche.
Le forme di questo monachesimo italo-greco furono quelle già note nell’Oriente egiziano, palestinese, siriano, microasiatico, dal III-IV secolo: eremi isolati abitati da un solo asceta, al massimo insieme ad uno o due discepoli, in capanne o grotte naturali; lavre, consistenti di un gruppo più o meno sparso di ‘celle’ eremitiche riunite intorno ad un edificio di culto centrale (katholikòn); cenobi abitati da un numero variabile di monaci sotto la direzione di un egumeno. Va tenuto presente che queste forme non richiedevano a nessuno un’appartenenza rigida: come risulta dalle numerose Vite dei monaci orientali e di quelli italo-greci, il singolo asceta poteva trascorrere diversi periodi della sua esistenza in diverse forme di organizzazione monastica e passare facilmente dall’eremitismo al cenobitismo e viceversa, a seconda delle circostanze e dell’ispirazione. E’ comprensibile che la forma di vita monastica che dovette attirare il maggior numero di persone sia stata quella cenobitica, e che i cenobi fiorirono specialmente al tempo del regime ecclesiastico costantinopolitano; ma anche dopo la conquista normanna non furono pochi i monasteri greci che continuarono più o meno serenamente la loro vita anche per vari secoli: essi erano ancora così numerosi nella seconda metà del XVI secolo che nel 1579 la Chiesa romana potè organizzarli costituendo l’Ordine basiliano. Struttura totalmente ignota alla tradizione greca, l’Ordine svolse peraltro anche una funzione di sostegno dei vecchi monasteri italioti e siciliani, anche se non riuscì ad impedire la decadenza che alla fine lasciò in vita, nel XIX secolo, solo il monastero di Grottaferrata.
Nei cenobi bizantini non è assolutamente indispensabile l’esistenza di una ‘regola’. Possono esistere, ma possono anche mancare del tutto, documenti che, indicati dapprima con vari titoli e di varia natura, assumono abbastanza presto il nome di Typikòn. Il Typikòn può essere ‘di fondazione’, generalmente di natura giuridica o affine ad essa, oppure ‘liturgico’: questo seconda specie di Typikòn regola la celebrazione liturgica di ogni giorno dell’anno, sia per quanto riguarda la Liturgia delle Ore o Lodi divine, sia per quanto riguarda la Divina Liturgia. Dall’Italia meridionale bizantina provengono quattro Tipikà liturgici principali particolarmente importanti, uno solo dei quali è stato finora edito interamente, quello del SS. Salvatore di Messina (ed. Arranz, OCA 185, Roma 1969); gli altri sono i Typikà dei monasteri della Nea Hodigitria (Patìr) di Rossano, di Casole, di Grottaferrata (del quale sta per essere pubblicata l’ed. critica a cura del Prof. S. Parenti e dello Ieromonaco Nicola). Tutti questi Typikà danno un quadro della vita liturgica, e spesso non solo di quella, dei più importanti monasteri greci d’Italia nei secoli XII e XIII; essi sono strettamente imparentati tra loro e discendono da un modello che fu quello del monastero costantinopolitano di Stoudios. Il Typikòn di Stoudios aveva una fisionomia a sé stante, diversa da quella del Typikòn di cattedrale vigente nella capitale bizantina (edito da J. Mateos, I: OCA 165, Roma 1962; II: OCA 166, Roma 1963). Va ricordato che a partire dal XIII secolo si fece sentire in modo massiccio, sui Typikà delle aree imperiali l’influsso del Typikòn palestinese di S. Saba, che appesantì non poco le celebrazioni: queste assunsero più o meno la forma che è ancora attualmente vigente nel XIV secolo, forma poi ulteriormente diffusa dai libri liturgici a stampa a partire dal XV-XVI secolo. La tradizione italo-greca invece rimase non toccata dall’evoluzione che si andò svolgendo nel centro dell’impero, conservando molte caratteristiche proprie più semplici e più arcaiche. L’unico luogo dove sia ancora viva la tradizione liturgica italo-greca antica è il monastero di Grottaferrata, nel quale il Typikòn fatto rivedere e trascrivere dall’egumeno Biagio II nel 1299/1300 è rimasto ininterrottamente in vigore, pur con qualche adattamento reso inevitabile dal cambiare dei tempi e delle condizioni culturali. Parte integrante della tradizione liturgica italo-greca è il tipo di canto sacro ad essa propria, anch’esso attestato ed incrementato dagli innografi e melurghi criptensi nel periodo che va dall’XI al XIII secolo: anche in questo caso, si tratta di un’area culturale marginale che non ha seguito le innovazioni del centro e perciò ha conservato un carattere più arcaico. Nella vexata quaestio, dibattuta da più parti sia a livello scientifico sia sul piano pastorale, di una riforma della Liturgia bizantina, la tradizione italo-greca può rappresentare un punto di riferimento, tradizionale e legittimo, per indicazioni operative che considerino seriamente possibilità non arbitrarie di adattamenti alla vita concreta (e parrocchiale) dei fedeli ‘normali’ di quella che è una forma di celebrazione della Liturgia delle Ore praticabile integralmente – così come oggi si presenta nella tradizione costantinopolitana post XIV secolo – soltanto nei monasteri.
Delle centinaia e centinaia di impianti monastici italo-greci, come si accennava, è oggi superstite soltanto il Monastero di S. Maria di Grottaferrata, fondato da s. Nilo di Rossano sul limitare estremo della sua vita. Questo monastero, oltre ad essere l’unico testimone della tradizione liturgica italo-greca in tutte le Chiese bizantine, sia ortodosse sia greco-cattoliche, è anche erede del monachesimo italo-greco per un altro aspetto. Esso fu fondato in un’epoca di ancor piena comunione tra le Chiese, una comunione che le manovre imperiali anticanoniche non riuscirono ad interrompere; ma fu fondato nel territorio metropolitano del papa di Roma. Il cenobio criptense mantiene da dieci secoli la sua fedeltà alla tradizione bizantina di forma italo-greca e insieme il suo ininterrotto legame con la Chiesa romana, con la quale – a differenza di quanto vale per le Chiese greco-cattoliche cosiddette ‘uniate’ – il suo rapporto di comunione non è mai venuto meno. Nella odierna congiuntura della vita delle Chiese, che vede difficile il progresso del dialogo ecumenico tra cattolici ed ortodossi soprattutto a causa dell’insofferenza mostrata da parte ortodossa nei confronti degli ‘uniati’, l’esperienza ecclesiale e spirituale di Grottaferrata può, e credo che debba, rappresentare un ‘luogo’ di incontro e di più matura comprensione reciproca. Per tale comprensione la via più autentica è quella della preghiera e dell’amore; in una parola: della santità. Il monachesimo italo-greco ci ha trasmesso diciotto Vite di altrettanti santi monaci, tra le quali la più famosa e la più bella è quella di s. Nilo. Essi non sono ‘ortodossi’, come certa propaganda ortodossa cerca di sostenere, perché anteriori al 1054 (tra l’altro, alcuni sono vissuti posteriormente a quella data): con la stessa logica, di segno opposto, s. Atanasio dell’Athos e s. Simeone il Nuovo Teologo, vissuti anch’essi, come Nilo, tra X e XI secolo, sarebbero santi ‘cattolici’. ‘Cattolico’ e ‘ortodosso’ sono semplicemente un anacronismo terminologico, in questo caso funzionale ad un proselitismo di nuovo conio, se applicato ai santi italo-greci: non sono solo i cattolici, come si recrimina, a ‘fare proselitismo’. Quei santi sono gloria della Chiesa indivisa. A tutti va ricordato che chi vuole calcare le divisioni non opera a gloria della propria Chiesa, per quanto nobile e antica, e tanto meno a gloria di Dio: opera invece al servizio, certo inconsapevole ma non meno dannoso, di colui che è il ‘divisore’, menzognero e padre di menzogna fin dal principio.
p. Matteo Cryptoferritis

LA PRESENZA BIZANTINA IN ITALIA MERIDIONALE

I GRECI ORTODOSSI NELL’ITALIA MERIDIONALE
DALL’OTTAVO ALLA FINE DEL DICIASSETTESIMO SECOLO
Sua Eminenza Reverendissima
Il Metropolita d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale
GENNADIOS ZERVOS

Quando furono scosse le fondamenta dello Stato Bizantino, l’Italia meridionale fu lo sbocco naturale verso l’occidente.
Il luogo principale dei profughi Greci Ortodossi fu Napoli che era stata nei tempi antichi colonia di Rodi.
L’Italia Meridionale e le sue isole hanno accolto ed hanno ospitato centinaia e migliaia di Profughi Greci Ortodossi e fu il loro rifugio pacifico ed amichevole.
L’antica grecità dell’Italia Meridionale e della Sicilia, il cielo limpido, la pescosità del mare, la terra generosa, l’abbondanza delle messi, la frutta genuina, la poca distanza dalla Grecia e, più generalmente, l’umanità e l’ospitalità degli abitanti di questa carissima e nobile terra, hanno i Greci Ortodossi che in quel tempo soffrivano il giogo straniero. In seguito essi furono accolti, abbracciati ed ospitati da questa generosa terra, madre schietta ed affettuosa.
È verità indiscutibile che il calore e la continua amicizia e fratellanza tra i profughi Greci Ortodossi dell’Italia Meridionale e della Sicilia ed i suoi abitanti furono coltivati e rinsaldati principalmente grazie alla presenza dei “Monaci Greco-Ortodossi”. La loro fama era molto diffusa per la fondazione di tanti Monasteri, come p.e. a Napoli, quello di Cristo Salvatore, della Panaghia di Albino, di Santa Patrizia, di San Gregorio Illuminatore, di Sant’Antonio il Grande ecc. Questi monasteri si mantennero infatti fino al VII secolo e furono fedeli alla Tradizione ed al Typikòn del Trono Ecumenico di Constantinopoli.
Il famoso storico delle tradizioni popolari Vincenzo Meola, napoletano, riferisce che la presenza dei Monaci Greco-Ortodossi era “onore e gloria per lo Stato Italiano”, che “civile ed ospitale, come sempre, e soprattutto, abbellito con amore fraterno, accolse i Greci Ortodossi abbracciandoli in ogni epoca”.
Ai tempi dell’Iconoclastia, i Papi erano favorevoli verso il gruppo (parte) iconofilo che raccoglieva la maggioranza dei monaci. A tale gruppo era favorevole anche l’Ellenismo Ortodosso della Sicilia, Calabria, come anche quello di Aquileia.
Questa politica iconofila dei Papi aveva come conseguenza da una parte un pieno rafforzamento dei rapporti dell’elemento iconofilo dell’Oriente, alla cui testa vi era l’intraprendente potentissimo Igumeno del monastero di Studio Teodoro lo Studita, d’altra parte si raggiunse un più grande avvicinamento e, soprattutto, possiamo dire, una spinta particolare verso un rapporto ed un legame amichevole tra la Chiesa di Roma e l’Elemento Greco-Ortodosso che era in realtà maggioritario in Sicilia, Calabria ed, in genere, nell’Italia Meridionale.
A tal proposito ricordiamo che dagli inizi del VIII secolo, le grandi provincie della Puglia, Calabria e Sicilia dipendevano ecclesiasticamente dalla giurisdizione del Trono Ecumenico, politicamente poi dal VI secolo dipendevano dalla giurisdizione di Constantinopoli. In questo periodo si verificò anche il fatto di epocale importanza dell’incoronazione di Carlo Magno da parte di Leone III (795 – 816).
Sarebbe una grave mancanza qualora non riferissimo come in questa epoca, durante la quale i Greci Ortodossi nella Magna Grecia per prestigio, autorità e forza dal punto sociale e culturale, da parte ecclesiastica, due suoi figli autentici, due luminosissime sante personalità adornavano i suoi santi territori; Metodio, nato a Siracusa, si vantava in uno dei suoi poemi di essere compatriota e cantore di Santa Lucia, fu eletto Patriarca di Costantinopoli nell’842, del quale si sono salvate opere agiografiche e liturgiche, tra cui esistono ancora idiomeli e canoni, come anche Giuseppe l’Innografo, il quale apparteneva alla famosissima Scuola Musicale di Siracusa, ed appunto scrisse inni in onore di molti Santi Italici e Siciliani (Sikeliotes), contribuendo in modo meraviglioso all’arricchimento dell’Innografia ed Agiografia Greca, celebrato egli stesso come Santo.
Durante il periodo della prima occasione perduta di rafforzamento dei legami tra Oriente ed Occidente, sotto il regno di Irene l’Ateniese (780-790 e 797-802), in relazione all’irrealizzabile decisione dell’Imperatrice di legare il proprio giovane figlio Constantino VI (790-797) con la figlia maggiore di Carlo Magno (742-814) Rotrude, chiamata Erithrò dai Bizantini, raffreddò, come era naturale, i rapporti tra Bisanzio e Carlo; rafforzò la posizione dei Papi e, soprattutto, a motivo dell’invasione degli Arabi in Siria e Cilicia, degli Slavi in Grecia e nello stesso Peloponneso, a motivo della ribellione del Generale di Sicilia Elpidio, sconfitto dal patrizio Teodoro inviatogli contro, ma anche del grande afflusso di monaci iconofili al tempo di Irene, tutti questi avvenimenti, che ovviamente paralizzarono la forza di Bisanzio, influenzarono negativamente i Greci Ortodossi dell’Italia Meridionale e della Sicilia, i quali delusi, propendevano dalla parte del Pontefice, tuttavia non rigettarono la loro lingua madre, i costumi e le usanze della propria patria e soprattutto i principi e le tradizioni della propria Fede Greco-Ortodossa, caratteristiche preziosissime della sua esistenza che conservò a lungo, ma sfortunatamente, le circostanze politico-ecclesiastiche non gli permisero in seguito di conservarli, eccezione fatta per il Typikon (Rituale) del Culto.
Anche la seconda mancata occasione, che fu data da Irene, alla fine del suo regno, relativamente alla proposta di Carlo Magno di chiederla in matrimonio ed unire così Oriente ed Occidente in uno solo impero Greco-Romano, e di conseguenza far cessare le contese tra le due parti, influenzò negativamente anche l’Elemento Greco-Ortodosso dell’Italia Meridionale e della Sicilia, al quale, indubbiamente, sarebbe stato possibile conservare in modo più intenso e forse duraturo il proprio carattere greco-ortodosso, la propria presenza culturale, come anche il proprio prestigio sociale.
Oltre alle su accennate mancate occasioni di rafforzamento dei rapporti tra i due mondi, Oriente ed Occidente, situazione che avrebbe influenzato anche i Greci Ortodossi dell’Italia Meridionale e della Sicilia, stranamente l’Ellenismo aumentò durante questo periodo, poiché chi esercitava il potere, durante il periodo dell’Imperatrice iconofila Irene, perseguitava i nemici delle icone, i quali si rifugiarono a migliaia in Sicilia e nell’Italia Meridionale, regioni dello Stato Bizantino. Accadde, precisamente, lo stesso che avvenne nel 787, quando avevano il potere i capi iconoclasti, che perseguitarono gli iconofili, i quali, anch’essi, giunsero sino a questi luoghi bizantini per essere ospitati e salvati.
Un nuovo flusso di monaci, e di loro parenti, osserviamo come fossero giunti all’epoca dell’imperatore Niceforo I (802-811), i quali perseguitati duramente, si rifugiarono in queste regioni bizantine.
Negli anni di Michele I Ragave (2.10.811-10.7.813) un nuovo flusso di monaci in fuga si osserva nei luoghi soliti e nelle isole dell’Italia, malgrado le misure severe prese per pacificare i gruppi che si combatterono tra gli Iconoclasti e gli Iconofili. È fatto indiscutibile che la situazione di fuga di monaci e laici continua anche ai tempi di Michele II Traulo (25.12.820-10.829) nella Sicilia e nell’Italia Meridionale e perciò l’aumento aritmetico e la riorganizzazione spirituale dei Greci Ortodossi ha costituito per essi una forza morale e culturale per i suoi diversi gruppi e nel suo complesso.
Per quanto hanno riportato, appare chiaramente che l VIII secolo fu, per prima cosa, un limite importante per i rapporti tra i due mondi, Oriente ed Occidente, dell’unico sino ad allora grande Impero Greco-Romano; in secondo luogo, durante la seconda fase della lotta iconoclasta, vale a dire dal VII Concilio Ecumenico (787) sino al 843, quando fu celebrato il solenne ristabilimento del culto delle Sacre Icone (Domenica dell’Ortodossia) ugualmente si osservò l’aumento dell’Elemento Greco-Ortodosso in Sicilia, ed in genere nell’Italia Meridionale; in terzo luogo, i Greci Ortodossi di quella parte importante bizantina dell’Europa, erano, innanzitutto, monaci e monache, iconofili ed iconoclasti; numerosi erano i loro famigliari, come anche i loro seguaci, ed inoltre Generali, Patrizi, Governatori, Funzionari, Impiegati, Soldati greci ed altri; in quarto luogo, in Sicilia e nel Sud Italia si trasferirono da una parte coloni Greci provenienti da grandi comunità ribellatisi al potere bizantino ed appartenenti alla categoria dei coloni – servi e, dall’altro, quel gran numero di Greci che erano prigionieri degli Arabi e furono trasportati via dalle loro coste ed isole; in quinto luogo, l’Iconoclastia, ad eccezione delle terribili conseguenze per lo Stato, costrinse migliaia di Greci a rifugiarsi dalle parti della Sicilia e dell’Italia Meridionale; in sesto luogo, mentre s’indeboliva, di giorno in giorno, lo Stato Bizantino e la dipendenza da esso da parte di quelle provincie risultava più difficile e debole, in Sicilia e nel Sud Italia, furono fondati Monasteri, soprattutto poi, la presenza dell’Elemento Greco-Ortodosso era forte dal punto di vista ecclesiastico, spirituale, sociale e culturale.
Questi famosi spazi bizantini offrirono anche alcuni Papi Greci, come Teodoro I (642-649), Vitaliano (657-672), Agatone (678-682), Leone II (682-683), Giovanni VII (705-707), Zaccaria (741-752), Stefano III (768-771) ed altri.
Il loro numero salì a centinaia e migliaia, tanto che Costantino Porfirogenito (911-959) distingueva gli abitanti di questa regione in Italici e Greci, chiamandoli “Sicelioti”.
I Greci Ortodossi della suddetta provincia subirono terribili conseguenze non solo ad opera dei Normanni, Arabi ed altri, ma furono perseguitati anche dai Sovrani iconoclasti di Bisanzio.
L’amore, il rispetto e la dedizione dei Greci Ortodossi di queste provincie nei riguardi della Chiesa di Costantinopoli era esemplare, soprattutto poi, durante la disputa tra il Patriarca Ignazio I (846-858 e 867-877) e Fozio il Grande (858-867 e 877-886), non scorsero questi affettuosi segni, solo delusero i Greci-Ortodossi, che in seguito furono colpiti mortalmente dai Saraceni, Normanni e precisamente dagli Augiò.
Studiando con serietà e cura la vita e le attività dei Greci Ortodossi, possiamo dire che essi erano per lo più “Iconofili”, dal momento che i nomi che portavano si riferiscono allo schieramento iconofilo, e precisamente ai grandi e forti casati di Bisanzio, come ad esempio Elpidios, Efthimios, Theòktistos, Serghios, Fotinòs ed altri.
Riportiamo alcune testimonianze, che testimoniano come molti Greci affrontarono il martirio per la propria fede, ma anche a motivo della loro resistenza iconofila. Ricordiamo che sotto Costantino Copronimo (741-775) affrontarono il martirio il Patrizio Antioco in Sicilia (766) ed il Vescovo di Catania Giacomo, il quale a motivo della sua permanenza nella fede iconofila subì la morte per fame e per sete. Al tempo di Michele Traulo (820-829) affrontò il martirio il Siracusano Metodio, che rimase richiuso per sei anni interi in un ipogeo, accanto a corpi di morti.
Continuando le terribili persecuzioni contro i Greci Ortodossi da parte di diversi nemici politici e religiosi di Bisanzio, la sua tranquillità e missione furono combattuti fortemente e fu ridotto il suo potere, così che nel X secolo esisteva un solo “Vescovo di Sicilia”, Leone (925) e dopo circa 43 anni Ippolito (968), al posto di due metropoliti, quello di Catania e di Siracusa in Sicilia con quattordici Vescovi, durante il periodo dell’Iconoclastia.
A fronte di questa terribile e delicata situazione, la Chiesa di Costantinopoli radunò grandi Concili (869-870 e 879-880), i quali, sicuramente, non soddisfecero le rivendicazioni giurisdizionali dei Papi sulle suddette Provincie Bizantine, che sfortunatamente alla fine del X secolo subirono sgomberi violenti, persecuzioni, abbandoni, devastazioni ed ridussero la loro forza ecclesiastica e sociale. È una chiara verità che i Papi per la sottomissione di queste province al Trono Papale non cessarono di interessarsi, ma al contrario, con nuovi piani e nuovi tentativi, e particolarmente, sotto il papato di Leone IX, lottarono per introdurre nell’Elemento Greco-Ortodosso nuove abitudini e tradizioni ecclesiastiche, ciò per introdurre costumi latini, da cui i Greci Ortodossi erano lontani, e per di più stranieri. Soprattutto poi, con l’insediamento e rafforzamento dei Longobardi e dei Normanni, nemici di Bisanzio, nell’Italia Meridionale ed in Sicilia, i Greci Ortodossi conservarono con la massima devozione ed attenzione, i grandi argomenti – capitoli della Fede, del Culto, della Tradizione e della Prassi Ecclesiastica del Patriarcato Ecumenico.
In questa epoca il piano del Trono Papale, per quanto riguarda il consolidamento del potere Papale, come anche nell’opera di riforma, che cominciò prima della convocazione del Concilio di Melfi (1067), includeva anche la lotta contro il Patriarcato Ecumenico, con Papa Nicola II come protagonista, che mirava a rivendicare i diritti papali sulle provincie ecclesiastiche del Sud Italia.
L’insediamento e rafforzamento dei Normanni, come Signori legittimi della Regione e la loro amicizia con il Trono Papale, limitò i rapporti regolari, politici ed ecclesiastici dei Greci Ortodossi con la Chiesa di Costantinopoli. Indubbiamente, l’ingiusta lotta del Trono Papale per la scomparsa della Gerarchia Bizantina, come anche la sottomissione della Chiesa al “Primato Papale”, che ferì lo spirito dell’indipendenza del Clero Bizantino, trasformò in una nuova realtà le Provincie ecclesiastiche di rito Bizantino ed inoltre anche tutto l’Elemento greco-ortodosso che dal Sinodo di Bari (1098) in poi fu abbandonato da Costantinopoli insieme alla sue Chiese nonostante i suoi rapporti con importantissimi centri monastici dell’Oriente. Questo continuo e sistematico tentativo del Trono Papale ebbe come effetto l’accettazione dei costumi latini da parte di molte Provincie Ortodosse ed in seguito del loro passaggio.
È strano ciò che accadde: ad esempio mentre l’Arcidiocesi (Provincie) di Otranto fu costretta, con l’adozione di numerose misure, ad abbandonare la tradizione e la prassi Ortodossa, quella di Calabria, sebbenne si fosse sottomessa, spiritualmente ed ecclesiasticamente, al Trono Papale, conservò nella maggior parte delle parrocchie la tradizione e la prassi liturgica Ortodossa. A queste parrocchie si unirono profughi ellenofoni, o albanofoni, giunti nell’Italia Meridionale e Sicilia durante il periodo post-bizantino.
L’Oriente Ortodosso, come sappiamo, rigettando concordemente la pseudounione del Concilio di Ferrara – Firenze (1438 – 1442), si indebolì moralmente e socialmente. Il Trono Papale, al contrario, si giovò di esso, si rafforzò e bastava solo il riconoscimento del “Primato Papale” per regolarizzare i rapporti con i Greci Ortodossi e con le Provincie del Sud Italia e della Sicilia, le quali, certamente, potevano conservare la tradizione cultuale Ortodossa, che lasciò impronte indelebili nella vita ecclesiastica, spirituale e sociale dei Greci Ortodossi. Con il passare del tempo, avvenne una nuova situazione che porta cambiamenti con diverse avventure.
L’Italia Meridionale e la Sicilia offrono di nuovo ospitalità ai Greci Ortodossi subito dopo la caduta di Costantinopoli, anzi dopo la conquista del Peloponneso e la sua sottomissione ai Turchi, Campania e particolarmente la sua Capitale, Napoli, accolse migliaia di profughi Greco-Ortodossi. Bisogna dapprima sottolineare che la migrazione Greco-Ortodossa nella città e nelle zone periferiche della Campania avvenne in accordo con i consigli del Metropolita di Coroni, Benedetto. I motivi che la promossero furono tre: 1. era un luogo vicino ed aveva un ottimo clima; 2. molti antenati Greco-Ortodossi erano sepolti in terra Campana, dove avevano trovato serenità ed asilo; 3. Come dichiarò lo stesso Metropolita con speranza ed entusiasmo, la migrazione in quella ricca regione era avvenuta a causa dell’umanità e dell’ospitalità dei suoi abitanti.
Dunque, l’Italia Meridionale e la Sicilia, con il loro principale centro di accoglienza e di ospitalità a favore dei Profughi Greci Ortodossi, la nobilissima città di Napoli accolse ed ospitò non solo rampolli di famiglie Bizantine, come Demetrio Assanis Paleologo ed i suoi familiari, non solo Metropoliti, come quello di Coroni Benedetto, ma anche altre personalità che si distinsero come dotti (tra questi Michele Marullo Tarcaniota, come generali (ad esempio Demetrio Lecca), come artisti (ad esempio Bellisario Corensio, Eustachio Caruso), come commercianti (ad esempio Stavros Apsaras), ecc.
Nell’Italia Meridionale era pure conosciuta la famosa e numerosa famiglia dei Melisseni o Melissourgi, dalla quale solamente tre membri di questi giocarono un ruolo sia positivo che negativo per l’Ellenismo Ortodosso nel quadro degli storici e nobilissimi luoghi di essa: Teodoro, persona seria, che era governatore – amministratore della “Chiesa e Confraternità”, ed aiutò essa ed i Greci; Macario, ex Metropolita di Monemvasia, fratello di Teodoro, e Niceforo, figlio di Teodoro. Macario e Niceforo furono elementi negativi che in gran parte danneggiarono la nostra fede ed il nostro Popolo Ortodosso.
Malgrado la presenza nell’Italia Meridionale di tali eccelse personalità non incontrammo fra loro, in rapporto con Venezia e più tardi con Trieste e Livorno, una moltitudine di dotti e di commercianti di rilievo.
Al contrario, fuggirono verso questa ospitale eccellente regione della Penisola Italiana centinaia e migliaia di Greci Ortodossi, combattenti ed eroi, i quali, dal momento che trovarono calore e protezione da parte dei suoi generosi abitanti, si premurarono di fondare prima di ogni altra cosa luoghi di culto, cioè chiese, secondo la fede ed i costumi dei loro padri. Era nel loro ambiente desiderio che queste chiese abbracciassero tutti i profughi, Ortodossi per fede e Greci per lingua, conservando gli usi ed i costumi della loro amatissima patria.
L’attenta lettura delle “Concessioni Imperiali”, delle “Bolle Pontificie”, dei “Decreti Regi” e dei “Documenti Ufficiali Locali”, provarono chiaramente che la costruzione di una chiesa, p.e. a Napoli, che era la Capitale ed il centro dei Profughi, la presenza di Tommaso Assanis Paleologo e l’ospitalità concessagli, erano tra le principali motivazioni che spinsero i Profughi Greci Ortodossi ad accorrere in Campania con speranza ed ottimismo puntando, soprattutto, nella sua più importante città, Napoli, ricca di attività commerciali e di fermenti spirituali, in cui tuttora vigeva il primo benefico “Decreto” (30 agosto 1488) di re Ferdinando. Infatti, questo luogo fu ritenuto l’unico dove ci fosse la loro abitazione.
L’organizzazione dei primi profughi Greci Ortodossi in colonie o comunità l’ideò e la realizzò Tommaso Assanis Paleologo. Egli non solo edificò la prima Chiesa Greco-Ortodossa dei Santi Apostoli (poi dedicata ai Santi Pietro e Paolo) nell’Europa cristiana, ma fondò anche la prima “Associazione Filantropica dei Greci Ortodossi”, composta da soli laici. Durante l’epoca dei Paleologi non c’erano né in Campania, né nelle città della Puglia e della Calabria, degli ecclesiastici Greci Ortodossi.
Prima della fondazione della Chiesa dei Santi Apostoli, Tommaso Assanis Paleologo, godendo della benevolenza dei Re Aragonesi ed ottenendo la protezione del Papa, riuscì ad acquistare una cappella che si trovava dentro la Basilica di San Giovanni Maggiore, e portava il nome “Cappella della Panaghia Parthenos di Costantinopoli”. In questa Cappella i primi Profughi Greci Ortodossi parteciparono alla vita religiosa, quando non era ancora stata costruita la prima Chiesa Greco Ortodossa dei Santi Apostoli.
Da tutti i Profughi Greci Ortodossi nell’Italia Meridionale e Sicilia, la maggioranza erano i Coronei e poi seguivano i Metoni, quelli di Patrasso, dell’Epiro, delle Isole Ionie, la cui presenza ed il cui zelo erano particolarmente sentiti e vitali in seno questa mobilissima terra.
La loro assennata ed amichevole politica nei confronti degli Spagnoli romano-cattolici fu ritenuta, durante questo periodo, necessaria e preziosa, in quanto l’amabile positiva atmosfera creatasi fu per loro un forte mezzo ed una forza considerevole che gli permise di accrescere economicamente e d’approvvigionarsi di titoli ufficiali acquisendo pure delle posizioni-chiave nell’esercito, nella cavalleria e nella marina degli Spagnoli. Essi intervennero e salvarono speciali situazioni da seri pericoli, soprattutto, quando videro che diminuiva la forza della “Protezione Reale”.
Il primo posto tra le illustri personalità dei profughi era tenuto dal Metropolita di Coroni Benedetto, il quale interpretò i desideri di tutti i Profughi Greci Ortodossi, fu il loro consigliere e la loro anima. Benedetto riuscì a far visita a Papa Paolo III, inducendolo a mostrare particolare interesse per la Chiesa dei profughi a Napoli, che, in realtà, si evidenziò nella sua benefica “Bolla” del 29 giugno 1536.
Tra le illustri personalità sono da annoverare anche i seguenti nomi: Belissario Corressio (Pittore), Ieronimo Compis (generale), Teodoro Melissinos (di Costantinopoli), Antonio Stratigòs Paleologo, Paolo Stratigòs Paleologo, Nicola Dragoleos (capo militare), Ioannis Protocomis, Matteo Paschalis, Ioannis Rossetis, Paolo Diamantis, Pietro Diamantis, Stefano Cavalaris (di Patrasso), Giorgio Grammatikos, Ioannis Kapinisis, Andrea Dragolèos, Antimos Protoconis (Conte), Giorgio Chorafas (di Cefalonia), Stefano Ghikas (conte), Ioannis Emilios (comandante di reggimento), Ioannis Poliatsios (colonnello), Nestor Androutsos (Colonnello), Andrea Contostavlos (di Sparta), Andrea ed Angelo, fratelli albanesi (capi militari della Cavalleria) ecc.
Per esempio, riguardo ai Greci Ortodossi di Napoli, il professore Ioannis Hassiotis scrive: «Un gran numero di Greci che rimassero a Napoli e nel suo circondario presero parte alla lotta contro i Turchi, nelle battaglie delle pianure Ungheresi, negli sbarchi in Dalmazia, in Albania, in Epiro, in Peloponneso, in nord Africa, nelle battaglie navali dell’Egeo e dell’Adriatico, nelle coste della Caramania (Anatolia), di Tunisi, di Magorca, e, soprattutto, nella grande vittoria navale della forza cristiana della famosissima battaglia navale di Lepanto (7 ottobre 1571)».
Celebri donne, che fornirono servizi degni di menzione furono le seguenti: Anna Eudaimonoghianni, Regina Paleologo, Paolina Lascari, Elena e Cassandra Taroniti, Basilici de Carlo, ecc. Le giuste e sacri lotte dei Greci Ortodossi, chierici e laici, che combatterono e difesero assieme l’Ortodossia all’estero, contribuirono, da principio, a fondare maestose Chiese ed istituire confraternite e comunità per il loro bene spirituale, morale, sociale e culturale. Hanno ancora aiutato, da un lato, il consolidamento del prestigio della Fede Ortodossa e la conservazione dei costumi dei loro avi e, dall’altra, hanno contribuito alla loro sociale e spirituale elevazione.
La prosperità, il progresso e l’attività dei Greci Ortodossi nei diversi settori della vita sociale infastidirono non solo i latini ed i chierici uniati, ma pure gli eredi di Tommaso Assanis Paleologo, i quali si ribellarono con modi duri e minaccie, pretendendo amministrazione ed autorità.
Costituiscono testimonianza inconfutabile di questa realtà gli scritti ufficiali locali, i Regi Decreti e le Bolle Papali, come pure le pesanti differenti ammende che non solo fermarono l’intolleranza e l’odio dei chierici latini, la superbia e la condotta antiortodossa e antiellenica degli eredi dei Paleologi, ma anche la loro rivendicazione e la loro pretesa violenta ed inaccettabile.
È grande verità che lo Spirito Greco-Ortodosso non si sottomise; non fu sconfitto, ma, al contrario, lottò con fede, pazienza, prudenza, serietà, speranza ed ottenne per molti secoli la conservazione e la salvezza di tante – moltissime – chiese ed altri enti morali ecclesiastici, avendo come protettore e sostenitore il Patriarcato Ecumenico, il quale, come vera e dolce Madre, abbracciò tutti i suoi figli che aveva allevato, rinsaldato, protetto, aiutato nella epica lotta contro i Normanni e gli altri nemici.
Precedentemente, abbiamo sottolineato l’infelice presenza dei Melisseni o Melissurgi che, eccetto Teodoro che veniva annoverato tra “gli Ortodossi puri”, non fu per nulla positivo. Il fratello di Teodoro, Macarios, già Metropolita di Monemvasia, con la sua azione traditrice ricoprì una dignità ecclesiastica dopo aver defezionato rivolgendosi alla Curia Romana con la promessa che avrebbe preparato la sottomissione del Peloponneso Ortodosso e, in seguito, di tutta la Grecia alla Santa Sede. Il nipote di Macarios, Nikiforos – Niceforo, figlio di Teodoro, fu costretto ad abbandonare non solo Napoli, ma anche l’Italia, a motivo dello scandalo “che scoppiò nella comunità greca” di Napoli, per le terribili accuse d’incesto della sorella formulate contro di lui”.
Sei motivi della vita e dell’attività dei Greci Ortodossi disturbarono i loro nemici:
1- Il grande numero di Greci Ortodossi (circa 5 mila) che servivano in prestigiosi posti di comando nell’esercito di re Ferdinando nell’anno 1487.
2- Il “Decreto” di privilegio concesso da Ferdinando il 30 agosto 1488, in base al quale gli Ortodossi potevano liberamente e senz’alcun impedimento, celebrare i loro riti religiosi ed essere governati secondo le leggi della propria patria.
3- La presenza del Metropolita Benedetto (?e??d??t??), giunto in Campania insieme a molti Greci Ortodossi, provenienti da Coroni, Metoni, Patrasso, dall’Epiro e dall’Eptaneso. Il Metropolita Benedetto, come già accennato, si recò a Roma, dove fu accolto da Papa Paolo III nell’anno 1536. Il Papa appena ebbe udito con attenzione ed interesse le giuste lamentele di Benedetto, ordinò sia la libera celebrazione del culto Ortodosso e la cessazione delle persecuzioni e delle dure misure, sia l’osservanza, da parte dei Vescovi della città di Castellamare, Capri e Capua della “Bolla” Papale di Leone X, pubblicata nel 1518.
4- Le piccole Cappelle, semplici e dimesse, furono trasformate in preziose chiese di grande importanza.
5- L’organizzazione dei Greci Ortodossi in Confraternità (come p.e. a Napoli), o comunità, in altre città e particolarmente il loro riconoscimento da parte dell’autorità cittadine.
6- Il “Privilegio Regale”, vale a dire la “Protezione Regale”, che acquistò la principale oasis spirituale dei Greci Ortodossi, la Chiesa e la Confraternità dei SS. Pietro e Paolo dei Nazionali Greci.
Il Trattato di Verona del 22 luglio 1822, opera e risultato dei potenti della Santa Alleanza; all’articolo numero due riporta quanto segue: “Le parti interessato, che si riunirono, mentre ringraziamo calorosamente il Sommo Pontefice le … da Egli poste perché fosse allontanata ogni fonte non cattolica, sono per sua se di ciò cioè che, per soffocare la nascita della libertà mal concepita, i popoli d’Italia si debbano uniformare al dogma cattolico. A tal fine pregiamo Vostra Santità di prendere tutte le misure necessarie e sufficienti per sradicare il seme dell’empietà.
La sparizione dell’Ortodossia era un fatto vero nell’Italia Meridionale.
Il secolo XVII segnò purtroppo la sottomissione dell’Ellenismo al Trono Papale, dal momento che quest’ultimo lottò perché esso perdesse subito sia il suo rapporto ecclesiastico che quello spirituale con la Chiesa di Costantinopoli, come anche la sua identità religiosa nazionale. Progressivamente, le sue chiese aderirono all’Uniatismo e particolarmente con la fondazione del Collegio di Sant’Atanasio a Roma.
Questa situazione tendeva al cambiamento dell’animo ecclesiastico e confessionale dei Greci Ortodossi, che negli anni seguenti appassì, si estraniò dalla Chiesa di Costantinopoli, che era la sua radice spirituale ed ecclesiastica, al punto che la Tradizione Ortodossa, i costumi patri, e gli usi, divennero estranei per essi, e ciò poiché non esisteva più per essi l’affetto e l’amore della loro Madre, cioè della Chiesa di Costantinopoli, la quale era instabile in questo periodo, e di cui erano cari ed amati figli.
Conseguentemente, ci si pone una domanda: quale fosse la composizione etnica dei complessi delle Chiese locali di rito bizantino nell’Italia Meridionale, ed in Sicilia, durante gli ultimi difficili secoli della loro sopravvivenza e scomparsa.
La Constitutio pastorale di Papa Benedetto XIV (20.6.1742), che costituisce il più significativo Documento del Trono Papale, relativamente con la loro successiva comparsa ed esistenza, si riferisce agli “Italo-greci”, oggi erroneamente detti “Italo-albanesi”.
Non è, quindi, possibile accettare le caratterizzazione dell’attuale Elemento Greco-Ortodosso sopravvissuto come uniate, perché è stata frammentata la verità storica ecclesiastica, ma non è possibile oscurare la sua provenienza etnica ellenica, poiché ciò significherebbe la sottomissione della verità storica agli scopi politici di diverse tendenze.
È una chiara verità storica che il Trono Ecumenico spesso ha manifestato la sua trepidazione pastorale per la soluzione di diversi problemi delle Chiese locali d’Italia e di Sicilia, costituite dagli immigrati Ortodossi, i quali, giungendo nel Sud Italia ed in Sicilia, sia come ellenofoni o come albanofoni provenienti dal suolo albanese, dipendevano dalla giurisdizione ecclesiastica del Patriarcato Ecumenico, il quale risultò benefattore e significativo creatore del loro sviluppo spirituale e culturale.
Da un lato, la debolezza del Trono Ecumenico, dall’altra la particolare situazione ecclesiastica di queste Chiese locali trasformatesi, le quali riconoscevano la signoria papale, e di conseguenza l’ecclesiologia romano-cattolica, tranne, tuttavia, da queste stesse, sebbene avessero molte caratteristiche comuni con le chiese uniate dell’Oriente, che a loro volta erano il risultato della propaganda latina del proselitismo papale, differivano in due fondamentali principi, nell’origine greca e nella psicologia ortodossa.
Comunque, possiamo dire con sicurezza che gli immigrati Greci Ortodossi giunti singolarmente o in gruppo, che in maggioranza assoluta erano ellenofoni, in altri casi albanofoni, in ogni probabilità provenienti dal territorio greco, custodirono elementi sufficienti della lingua e della tradizione, molti di loro manifestarono riconoscenza nei confronti della Chiesa Apostolica di Costantinopoli, che considerano primo motivo importante del loro progresso e sviluppo sociale in terra straniera.
Ecclesiasticamente, questo Elemento Greco-Ortodosso, in seguito alle tragiche circostanze cui fu sottoposto, che lo guidarono all’unione con il Trono Papale, furono organizzate in due episcopati, il primo con sede nella città di Lungro in Calabria, e il secondo nella città di Piana degli Albanesi, che all’inizio si chiamava Piana dei Greci, nome conservato sino agli inizi del XXo secolo. Caratteristica ed estremamente commovente è l’opinione di un importante chierico teologo di questa provincia: “Non siamo latini e siamo uniti con Roma. Siamo ortodossi e siamo separati da Costantinopoli”.
Nel Sud Italia ed in Sicilia, la Diaspora Ortodossa aveva nostalgia e ricercava, in realtà, nuovamente le proprie radici ecclesiastiche ed i propri legami con il Patriarcato Ecumenico, il cui splendore spirituale ed il prestigio ecumenico era sempre desiderato, poiché ha allevato e curato sempre i suoi amati e diletti figli ellenofoni ed albanofoni, i quali in tempi opportuni hanno annunciato che sono, da una parte, ininterrotta continuità della Magna Grecia, d’altra che la Chiesa di Costantinopoli è la loro Madre, da cui ricevettero cibo salutare e luce vera per vincere le difficoltà della vita, ed affrontare le ideologie eretiche, per custodire usi e costumi patri, la fede e la tradizione dei loro padri.
LA CHIESA ORTODOSSA E L’UNIONE EUROPEA
Sua Eminenza Reverendissima
Il Metropolita d’Italia e Malta ed Esarca per l’Europa Meridionale
GENNADIOS ZERVOS
Che cosa è l’Europa? Chi è Europeo?
Pol Valery, parlando agli studenti di Zurigo afferma: “L’Europeo non viene determinato né dalla tribù, né dalla lingua, né dalla nazionalità, in quanto l’Europa è madre terra di molte lingue, nazioni e tradizioni. Europeo, ha aggiunto, è ogni persona che appartiene ad un popolo che ha accettato il Diritto Romano, la cultura Greca e la Dottrina Cristiana.
Un filosofo Inglese, Cristofer Ntouson, afferma la stessa verità con altre parole: “Se l’Europa deve la sua esistenza politica all’Impero Romano, se deve la sua potenza e le direzioni della sua Cultura a quella (Cultura) Greca, e se deve al Cristianesimo il suo essere, è difficile immaginare se fosse possibile di esistesse una unica coscienza Europea con tutte le nazioni e le tribù, con tutte le lingue e costumi, se non ci fosse stata la continua presenza della Chiesa Cristiana?”. Diversi intellettuali credono che l’Unità Europea sia un luogo politico-economico al cui … al Cristianesimo è proibito giocare il suo importante ruolo.
In realtà, l’Unità Europea è la statura spirituale del cristianesimo, in quanto i padri della Chiesa sono i primi fondamenti spirituali e culturali di essa, e come insegnano: l’immagine di Dio nell’uomo è Cristo e l’uomo “è fatto a immagine e somiglianza di Dio” (Gen. 1,26), ove abbiamo da una parte il concetto di responsabilità e dall’altra parte quello della fratellanza con tutti gli altri uomini.
È un prezioso messaggio cristiano che fonda l’Europa e che dall’Europa può e deve essere esteso al mondo.
Molti ignorano che la Chiesa era una, unita, per mille anni ed ancora dopo lo scisma l’Oriente Ortodosso presenta nel mondo meravigliose personalità, di spiritualità Ortodossa e di cultura Greca, le quali hanno illuminato l’Occidente con la loro prestigiosa cultura spirituale ed hanno veramente contribuito alla rinascita ed al progresso dell’Europa.
Sappiamo molto bene che la Chiesa Cattolica Romana ha proclamato protettori dell’Europa da una parte San Benedetto che è stato una eccellente personalità monastica, del monachesimo occidentale, che è stato riconosciuto come “? a???????a??? ????? t?? ????d?µ?µat?? t?? ???µ???? ????p??», e dall’altra i due fratelli missionari, da Salonicco, i quali hanno seminato il seme di Fede Ortodossa in Europa e cosi sono diventati diaconi ed apostoli della coscienza Europea.
Dalla storia ricordiamo che tanto l’Impero Bizantino, quanto il mondo occidentale pensavano di realizzare un unico Stato Europeo, uno Stato Cristiano.
È verità indiscutibile che l’Oriente Ortodosso non ha potuto allora avere un vivo ruolo per la costituzione della coscienza Europea come comunità delle nazioni, delle lingue e delle tradizioni.
È certo che dopo lo Scisma, ma anche prima di esso, la differenza dogmatica (Dottrinale) della Chiesa Cattolica Romana è stato il principale ostacolo per dare questo importantissimo contributo alla causa europea. È assurdo credere che la Chiesa Ortodossa si è staccata dopo lo Scisma dall’Europa Occidentale.
È noto che molti Maestri Ortodossi di Cultura Greca sono arrivati in Occidente, ed ancora “L’Ellinomàthia” aveva meraviglioso valore per l’istruzione degli studenti nei licei e nelle Università.
I libri di insegnamento nelle scuole fino al dodicesimo secolo erano tradotti dal Bizantino. Purtroppo, l’Ortodossia non ha potuto contribuire alla formazione dell’Europa Occidentale a causa della propaganda negativa e la superstizione religiosa che presentava l’uomo in questa situazione: l’uomo da un lato ammirava l’antica civiltà – cultura Greca e dall’altro negava con offesa quella di Bisanzio.
Se noi, i cristiani, fossimo uniti in un secolo difficile come il nostro, se potessimo ritornare alle fonti comuni, vivere la verità del I millennio, credere più a Dio Cristo, nostro Salvatore e Signore, ma non solo alla tecnologia, all’economia ed alla politica, soltanto allora potremmo essere gli edificatori della Coscienza Europea, della quale senza il sigillo cristiano è impossibile comprendere la storia, la cultura, l’arte, e, in verità, l’essenza dell’Europa.
Che cosa è, pero, l’Europa per la Chiesa Ortodossa? Qual è il ruolo di Essa per l’Europa?
Ha, senz’altro, una missione speciale per il nostro continente.
Per la Chiesa Ortodossa, l’Unione Europea non è soltanto una collaborazione politica – economica di diversi Stati, neanche una comunità di diversi Stati con finalità politico-economiche.
Se l’Europa fosse stata così, l’Oriente Ortodosso non avrebbe avuto motivi e ragioni per seguire e proteggere questa finalità, perché dobbiamo sottolineare con chiarezza che la Chiesa Ortodossa non fa politica.
Per la Chiesa Ortodossa, l’Europa è la Statura (a??st?µa) spirituale del Cristianesimo, in quanto tanto l’eredità Romana, quanto la civiltà Greca sono state accettate (incorporate in sé) e sono state insegnate durante il Medioevo ed i Tempi Moderni. Ecco l’importanza dell’ruolo della Chiesa Ortodossa: Difendere e proteggere l’Unione Europea non è una azione politica, ma un impegno doveroso, un dovere spirituale; un dovere di protezione del luogo e del modo di vita; come entità spirituale.
Per la riuscita della sua finalità, la precedenza consiste nella protezione e la conservazione dell’identità spirituale di ogni popolo ed il suo rispetto.
Zak Ntelor ha affermato: “Se per avere l”Unione Europea dobbiamo fare sparire (?d??p??s?pe?a) l’identità delle sue nazioni, allora l’Unione cesserà di essere Europea”. Dall’altra parte il Presidente Francese a Berlino affermava così per una Europa: “Tutti I popoli conserveranno la potenza e la loro identità”. (??µa 27.6.00).
Il celebre storico di Bisanzio Ser Steven Runciman scrive: “I Greci hanno un’eredità, di cui possono sentirsi fieri. Un eredità che non si deve perdere nell’alteyarsi della situazioni materiali”. I Grendi Padri della Chiesa hanno salvato alcune cose, delle più belle che avevano, il pensiero greco e lo spirito greco antico e le hanno consegnate alla chiesa fino ai nostri giorni”.
Essi che hanno salvato questa preziosissima eredità spirituale, culturale e sociale sono un vero, e possiamo dire, unico modello per la protezione ed il consolidamento dell’uomo, ed ancora un meraviglioso contributo per la sua serenità, per la sua pace, per la sua forza morale, indispensabili per la sua vita.
Perciò la Chiesa Ortodossa, grazie a questo suo inestimabile tesoro di spiritualità e cultura che conserva fin’ ad oggi, deve evangelizzare il suo popolo, non rimanga un semplice spetutore dell’edificazione della nuova vita dell’Europa, ma contribuisca anch’essa alla sua apertura verso le altre nazioni, sostenere la pluralità, l’annullamento del razzismo, della xenofobia e la violenza sotto qualsiasi forma”.
Un altro movimento che è necessario compiere è la Chiesa Ortodossa verso l’Unione Europea; presentare la sua Fede Ortodossa, cioè la sua fedeltà alla Tradizione ed alla dottrina dei Padri e dei Concili Ecumenici, la sua cultura sociale ed ascetica, la sua solidarietà verso il prossimo, il suo rispetto verso il ideato, la comunione delle persone, le sue virtù teologali; Fede, Speranza ed Amore, ai suoi eccellenti concetti sul pentimento, sulla morte, sulla risurezzione e sul Regno di Dio.
La Chiesa Ortodossa con il suo tesoro di spiritualità e di cultura sociale può fermare la secolarizzazione che esiste nel mondo e danneggiare da per tutto. È necessario mettere un fondamento. Per il suo nuovo cammino, in cui si troveranno nuove nazioni, come anche nuovi membri con tanti altri paesi candidati.
Infatti, il suo progresso morale, culturale e sociale dipende da questo potente fondamento che può svegliare le coscienze e portare i migliori frutti all’Unione Europea. I suoi membri, tramite esso, riusciranno ad evere fede, amore e speranza, per realizzare un futuro, degno e potente, svolto per il miglioramento ed iniziative interessanti dell’uomo e della società, con azioni ed iniziative interessanti. Perciò dobbiamo lottare per rendere l’uomo onesto, prospero, utile e felice, glorificando il suo Signore e creatore Dio.
Il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I ha detto in un suo discorso che questi nostri pericolosi tempi, come anche i nostri sommi interessi ci chiamano alla concordia, alla tolleranza reciproca, al perdono, alla riconciliazione, alla liberazioni delle minacce, anzi buon successo ai fini ideali che sono sopra di ogni personale sufficienza.
La nostra Comunità dei Popoli dell’Europa Il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli sosteneva sempre la pacifica ed armoniosa convivenza di tutti gli uomini e di tutti i Popoli, indipendentemente dalla lingua e dalla cultura, religione ed ideologia politica, perché, come abbiamo già affermato nelle precedenti pagine, l’uomo porta in sé stesso l’icona di Dio e siamo, come dice il Patriarca Bartolomeo (Discorso durante il Pranzo offerto dll’Ambasciatore dell’Unione Europea in Bulgaria, Eccel. Demetrio Kurkula) omousios ed omotimos.
È noto come i popoli ora si trovano verso l’Europa Orientale sono in maggioranza Ortodossi.
La loro entrata nell’Unione Europea è una tappa storica; è un avvenimento storico d grandissima importanza, in quanto i popoli vengono richiamati da una parte a vivere nuove realtà ed esperienze e dall’altra lasciare costumi e tradizioni locali. Per la riuscita di questa nuova realtà. …… i popoli dovranno fare molti sacrifici: accettare nuove realtà e respingere vecchie situazioni; aggiungere nuove cose e lasciare vecchie tradizioni. I popoli debbono consolidare tra di loro la reciproca comprensione, la pacifica collaborazione e la sincera riconciliazione per convivere fraternamente senza guerra e contrasti pericolosi, senza fanatismo ed oddio, senza rivoluzioni e distruzioni popolari. La democrazia, il rispetto dei diritti e…mani di tutti i cittadini e soprattutto delle minoranze nazionali e religiose devono dominare in questi popoli che si preparano per diventare membri dell’Unione Europea.
D’altro canto, soltanto con l’entrata dei popoli dell’Europa Orientale nell’Unione Europea, abbiamo con la loro viva partecipazione la vera pienezza della Famiglia Europea.
Questa preziosa integrazione dei Popoli Ortodossi come vivi partecipanti nella vita Europea possono senza dubbio formare la nuova sociale e spirituale realtà dell’Europa.
Per questa nuova strada, per questo nuovo percorso dell’Europa, la Chiesa Ortodossa ricorda alcuni valori, indispensabili per il buon successo che porterà la prosperità, la pace, la fratellanza, la felicità. Sono i seguenti: la potenza, l’armonia, la Concordia, il soccorso e la cooperazione tra di essi.
Vivendo tutti i popoli dell’Unione Europea sotto queste condizioni, è possibile condividere i loro carissimi spirituali e scambiare i loro ricchi doni, così l’uno offrire all’altro nella pace e nella fratellanza, e l’altro ricevere con gratitudine ed ammirazione, ambedue progressivamente andando verso la vera Unione di tutti.